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Il colloquio – Fumetto

 

La competizione estiva delle Olimpiadi Letterarie (super-divertente ed extra-costruttiva) mi ha regalato il piacere di vedere una mia breve sceneggiatura trasformata in fumetto dalla bravissima Isabella Manara.

Condivido qui con voi le tavole nate dalla nostra collaborazione:

 

P.S. Adesso, vedendoli “su carta”, mi rendo conto che i dialoghi sono decisamente troppo lunghi. Purtroppo, c’era un limite di pagine e non ho potuto distribuire meglio il discorso. Sicuramente un aspetto su cui lavorare!

 

 

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Cattivi bambini

“Signore e signori, i media continuano a ignorarci”.
In quello che sembra un piccolo teatro in disuso cala il silenzio di una pausa drammatica. Sul palco, l’unica fonte luminosa nella stanza crea un tondo di luce attorno alla portavoce: impossibile distogliere l’attenzione dalla sua figura autorevole.
“Questo è un appello alle forze dell’ordine, ai capi di Stato: tutti noi abbiamo bisogno di protezione, non ha più senso negare ciò che sta accadendo!”

I suoi capelli, dritti e neri, sono tenuti indietro da una gran quantità di gel; riflettono la luce come lucido da scarpe e fanno risaltare sul volto pallido i grandi occhi azzurri, accorati, sinceri. Non sembra una folle, ma quello che dice fa pensare il contrario.
“Oggigiorno la gente crede a qualsiasi cosa, accetta persino le teorie più strampalate. Perché non la nostra, allora?”
Un mormorio di assenso si leva dalle persone sedute in semicerchio alle sue spalle, esiliate nella penombra, ridotte a scenografia del podio luminoso che ospita la loro leader.
“Perché, ditemi, credere a Babbo Natale dovrebbe essere più strano che credere ai complotti americani, alle streghe, agli alieni?”

 

 

Presto un orecchio distratto alla parte retorica, mentre accumulo in un angolo i resti della mia cena solitaria e attendo che giunga il momento delle testimonianze.
Addento una pesca che, deliziosamente acerba, mi crocchia tra i denti mentre scorro in giù col mouse per leggere i commenti.
La maggior parte sono insulti, prese in giro, inviti a trovare un buon psicologo, ma c’è anche qualche messaggio di sostegno, qualche “Oh mio dio, pensavo di essere l’unico, di essere pazzo!”.
Mi prendo un istante per considerare quanto io sia fortunato a sapere di non essere pazzo: mai, nemmeno per un secondo, ho avuto la possibilità di dubitare dell’esistenza di Babbo Natale.

 

“Ascoltiamo ora qualche testimonianza. La mia la conoscete già tutti, la potete trovare nei video precedenti. Stasera è il turno di due nuovi arrivati: Enrique e Mirella”.
Mi affretto a scorrere in su nella pagina, per vedere in faccia i nuovi adepti del gruppo.
Enrique occupa il cono di luce controvoglia, intimidito dalle migliaia di spettatori invisibili del web. Il suo viso è vagamente familiare, almeno quanto può esserlo quello di chi ha incrociato il tuo sguardo una sola volta all’interno di un luogo affollato.
“Da qualche semana sogno… Pues, no, non sogno: mi sveglio seduto a una postazione di lavoro en una immensa fabbrica che non è quella in cui lavoro yo. È notte, vedo centinaia di altre persone sedute di fronte a lunghissimi nastri scorrevoli. Un uomo grasso, vestito di rojo, dice que devo aiutare a costruire i giochi per i bambini buoni, perché quest’anno yo sono stato cattivo…”
Ascolto distrattamente quello che dice, mentre cerco il contatto e-mail del gruppo.
È la solita storia: lavora alla una catena di montaggio per tutta la notte, il mattino dopo si alza e pensa sia stato tutto un brutto sogno, almeno fino a quando la notte dopo, e quella dopo ancora, non si ritrova nella stessa situazione.
Il mi’ babbo non è stupido: droga le persone quando le porta a lavorare nella sua fabbrica di giocattoli, perché pensino di sognare, solo che alcune resistono ai farmaci e ricordano.
È su di loro che punto per la mia rivoluzione.
“Dopo cinque notti pasade en este modo, ero così stanco que ho avuto un colpo di sonno al lavoro: mi sono quasi tagliato el brazo!”
Ottimo, ottimo per lui. Il mi’ babbo tende a sfruttare le sue vittime almeno per una settimana, di solito, perché dice che quando imparano il mestiere diventano più veloci e producono di più… Ma con il braccio rotto Enrique non gli servirà a niente.

 

Quando arriva il turno di Mirella, il gruppo le regala un educato applauso.
Una signora sulla sessantina si porta al centro del cono di luce, di fronte alla telecamera. Riconosco subito i capelli grigi e gli occhi acquosi: ho parlato con lei appena qualche sera fa, quando il babbo mi ha costretto a coprire uno dei posti vacanti alla catena di montaggio.
“È stato molto strano” inizia, torcendosi le mani “Sapete, io sono protestante e a Babbo Natale ci credo davvero, ma… Ma anche se questo uomo gira per la fabbrica vestito di rosso e ha la barba bianca, non sono sicura che sia davvero lui”.
Il mi’ babbo quando vede queste cose di solito si mette a ridere, Oh-oh-oh, con la sua grassa, insopportabile risata di ricco capitalista. Pensa che nessuno scoprirà mai il modo in cui riesce a ricavare volumi di produzione così alti dalla sua multinazionale di giocattoli, e di certo non si aspetta che il figlio in cui investe tanti dei suoi luridi soldi gli si rivolti contro.
Non avrebbe dovuto regalarmi un’istruzione. Come posso accettare quello che sta facendo, sapendo che è tanto sbagliato?
“Ma mentre ero lì ho parlato con un simpatico ragazzo, tutto lentigginoso e pel di carota. Sembrava uno di quei deliziosi folletti di Babbo Natale!”
Mi immobilizzo.

Mirella abbassa la voce mentre parla, come per non farsi sentire. Come se non sapesse di essere in mondovisione, la deficiente!
“Amici, non temete! Ha detto che tra qualche settimana rovescerà questo sfruttamento, e che devo spargere la voce tra i compagni di fabbrica, ma discretamente…”
Discretamente, alla faccia!
Ho trovato l’indirizzo mail del gruppo. Lo scarabocchio in un post-it che nascondo nel libro di chimica. Devo assolutamente contattarli e chiedere che riducano al silenzio questa demente, o manderà tutto all’aria.
“Questo simpatico giovanotto mi ha mostrato una piccola variante dell’assemblaggio dell’aquilone, la catena di montaggio a cui sono stata assegnata, in modo da lanciare un messaggio in codice per dimostrare…”
Stupida vecchia! Il cuore che mi batte a mille.
La soluzione è una sola. Mi dispiace, ragazzi, davvero. Supporto quello che fate, ma se mio padre scopre quello che sto architettando, mi rovina la vita.
Sposto il cursore su un pulsante rosso.
Segnala questo video.
Mi sono fatto delle amicizie nella sezione di censura dei video sulla piattaforma, e so che questo verrà rimosso entro qualche minuto. Grazie al cielo.
Non posso correre rischi.

 

Il ghiaino sul viale di casa scricchiola sotto gli pneumatici dell’auto; la luce dei fari riverbera tenue fino ai vetri socchiusi della finestra.
Cancello velocemente la cronologia e forzo l’arresto del computer; poso il panno antipolvere sullo schermo e sulla tastiera, afferro libro ed evidenziatore e mi rimetto a testa china a studiare.
Oh-oh-oh!”
La risata del mi’ babbo risuona in casa non appena si apre il portoncino. Quando è così di buon umore, posso solo aspettarmi guai.
I suoi passi rimbombano sulle scale, il fiato gli si fa pesante man mano che sale; geme il corrimano a cui si aggrappa.
Sfioro lo schermo del computer con un dito, per controllare che non emani troppo calore.
Quando la porta scricchiola alle mie spalle, sobbalzo sulla sedia. Il mio personale carnefice è tornato.
Grazie al cielo tra qualche settimana compirò diciott’anni e, tolto di torno lui, potrò scappare senza problemi. Perché, sì, il mio piano per liberare il mondo dal suo grasso sedere di sfruttatore capitalista ha come fine secondario anche liberare me dal suo giogo.

 

Il suo volto rubizzo spunta dalla soglia della porta; fa pendant con quell’orrenda camicia color bordeaux che si ostina a indossare, “il suo marchio di fabbrica”.
“Stai ancora studiando?”
Metto su la mia aria da docile agnellino: “Sì, domani ho verifica di matematica”.
“Mi manca una persona alla catena di montaggio. Uno scemo si è infortunato. Lo copri tu domani?”
“Babbo, lo sai che tra poco ho gli esami”, protesto fiaccamente. So già che non cederà fino a quando non l’avrà avuta vinta. In fondo, è così che si è fatto strada nel mondo fino ad ora.
Lui mi guarda minaccioso.
Io abbasso lo sguardo.
Mi ha reinserito nella lista dei bambini cattivi.

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Dialogo di un poeta e un’astrofisica

 

“Che cosa faresti se un meteorite stesse per precipitare sulla Terra e questo fosse il tuo ultimo giorno di vita?”.
Carl se ne esce sempre con queste domande esistenziali: abbraccia nel profondo il suo animo poetico e lo vezzeggia. Culla nell’intimo questioni filosofiche e, quando poi le esprime ad alta voce, sul viso lentigginoso gli appare un sorriso beato, come se nella sua mente si stesse ringraziando per essere stato tanto generoso da condividerle con il mondo. Solo che poi tocca a me rispondergli.

Rumino in silenzio il mio BigMac per qualche istante. Carl intanto svuota un’intera bustina di ketchup sulle patatine, poi mi lancia un’occhiata veloce. Le luci gialle del Mac Donald conferiscono una tonalità itterica alla sua pelle chiara. “Ci stai pensando sul serio?”
“No, ci sto pensando per finta”.
Quando se ne esce con le domande esistenziali è un brutto segno, vuol dire che si è di nuovo avventurato in pensieri più grandi di lui e che sta cercando di attirarmi nel suo vortice di autodistruzione. Ogni volta che succede, finisco inevitabilmente per innervosirmi e sparare qualche cavolata col mio ‘tono da scienziata’, nel tentativo di introdurre un po’ di insulina nella sua mente sdolcinata, e oggi non sono da meno.
“Se riuscissi a laurearmi in astrofisica e ad entrare nella NASA, penso che cercherei di impedirlo”.
Non so bene perché lo faccio. Forse perché così ho l’illusione di essere oggettiva anche quando ho di fronte i suoi occhi da bambino e la costellazione di lentiggini che gli infesta il viso.
“Ma se scoprissi oggi che succede oggi? Proprio oggi, sedici febbraio duemiladiciassette “, si ostina lui “Cosa faresti? Con chi passeresti i tuoi ultimi istanti?”.

Pesco una delle patatine più intrise di ketchup con una smorfia. Non può credere davvero che non abbia capito dove vuole andare a parare: è troppo intelligente.
“Penso andrei in cerca di qualcuno con un bunker confortevole e gli chiederei di ospitarmi. Potrei offrirgli dell’ottimo cibo in scatola e condividere la mia poltrona massaggiante, hai presente?”
Sfodero il mio miglior sorriso, quello magico che mi fa venire le fossette e impedisce alle persone di arrabbiarsi con me. So che la volta che risponderò a cuore aperto alle domande filosofiche di Carl rimarrò fregata, ed è meglio che posticipi quel momento quanto più posso.
Certo, sarebbe divertente vedere la sua reazione, se per una volta gli rispondessi sinceramente. Quando è sorpreso gli occhi gli si illuminano e le dita delle mani sembrano accendersi di un moto proprio: tamburellano sul tavolo, gli corrono al viso, alle braccia, ai capelli.
“Io penso che li vorrei passare con te” ribatte lui, terribilmente serio.

Per un istante riesco a immaginarci: io che sopprimo la scienziata che è in me e libero l’animo poetico, lui che finalmente può smettere di camminarmi attorno in punta di piedi e dimostrare quello che prova. La visione è chiara davanti ai miei occhi quasi quanto l’inquietante statua di Ronadl McDonald acquattata alle spalle di Carl, nel locale.
Posso vederci abbracciati sul divano, la luce della tv che si riflette sui nostri volti mentre mangiamo dalla stessa ciotola di patatine, ignoriamo il programma in onda e discutiamo del sesso degli angeli, delle uova e le galline, e di tutto quello che ci passa per la testa.
Mi immagino stretta a lui sotto le coperte, mentre fuori piove e il temporale urla minaccioso; lui mi guarda con occhi assonnati e io gli bacio il collo. Mi cinge con un braccio e mi riaddormento sentendomi al sicuro.
Ci immagino adulti, Carl che mi stringe la mano in sala parto; lui che va al lavoro e io che rimango a casa coi bambini…
Io che rimango a casa coi bambini?

 

No.

Io che divento astrofisica e lavoro alla NASA. Io che faccio carriera. Devo concentrarmi su questo. E questo è incompatibile con Carl.
Non posso rimanere intrappolata in un matrimonio, ridotta a fare la baby-sitter dopo anni e anni di studio. Non posso abbandonare tutte le mie aspirazioni giovanili come palloncini in una tempesta, per un sentimento che potrebbe non durare.
È ingiusto, sia nei miei confronti, sia nei confronti della scienza. Dopo tutti gli anni che ho passato a consumarmi gli occhi sui libri, a documentarmi, ad approfondire, so che sarei più utile al mondo come scienziata che come madre. E so anche che, se l’aver reso il mondo un posto più sicuro rimanesse l’unico successo della mia vita, e se per realizzarlo dovessi rinunciare a costruirmi una famiglia, sarei felice lo stesso.

“Hey, tranquilla, lo so che per te non è lo stesso. Non c’è problema”.
Carl mi tocca il dorso della mano con le dita unte di olio; minuscoli granelli di sale mi graffiano leggermente la pelle.
I vassoi rossi mi si sfocano davanti agli occhi, e improvvisamente l’odore di fritto che permea l’intero locale mi dà la nausea. Il cuore mi batte a mille e allo stesso tempo sembra che possa fermarsi da un momento all’altro. Ho i palmi delle mani fradici, respiro a fatica.
Inizio a raccogliere le mie cose in fretta, evitando il suo sguardo. Davvero mi ero illusa di poter essere oggettiva?
“Mi sa che ho mangiato troppo ketchup, mi sento strana. Scusa. Ci vediamo”.
Seppellisco il volto sotto la sciarpa e, senza avere il coraggio di guardarlo, mi allontano.

 

 

 

Venti anni dopo, Washington

Gli schermi dei computer lampeggiano impazziti. I colleghi sfrecciano da una parte all’altra del quartier generale NASA, più per abitudine che per reale necessità di fronte alla tragedia che sta per compiersi.
Rinchiusa nel mio ufficio, per qualche inspiegabile motivo ripenso a Carl.
“Che cosa faresti se un meteorite stesse per precipitare sulla Terra e questo fosse il tuo ultimo giorno di vita?”.
Le immagini di un presente immaginario scorrono nella mia mente, quasi più nitide del riflesso del mio viso sconvolto sul monitor del computer: noi seduti su due sdraio in giardino, attorniati da figli, o forse soli. Io gli stringo forte la mano, lui mi fa un sorriso. Poi spostiamo entrambi lo sguardo sulla palla incandescente che a poco a poco invade il cielo. Sappiamo di aver vissuto una vita felice, siamo tranquilli.
“Non avrei voluto trascorrere questi ultimi istanti in nessun altro modo”, gli avrei detto, ma forse sarebbe stata una bugia; forse, se avessi scelto lui, poi mi sarei pentita di non essermi trovata nel mio claustrofobico ufficio di Amministratrice della NASA a cercare di salvare il mondo, in questi fatidici istanti.

Il maledetto asteroide però è comparso all’improvviso, troppo grosso e troppo veloce per essere distrutto o deviato in tempo, e nessuna delle menti geniali che lavorano qui è riuscita a farsi venire in mente un’idea brillante per salvare la popolazione mondiale.
Ho pensato a lungo a cosa fare, in quanto massima autorità dell’Agenzia NASA. Perché far vivere al mondo i suoi ultimi giorni nel panico? Fosse stato per il mio animo di scienziata, forse avrei lasciato che tutti continuassero a vivere nella beata ignoranza fino a qualche ora prima dell’impatto.
Ma Carl deve avermi contagiato, con quel suo spirito poetico, perché ho deciso di emanare un comunicato stampa qualche giorno fa, per permettere, a chi può, di decidere come spendere i suoi ultimi momenti.
“Non ci rimane che pregare”, ho scritto. Almeno, per quei pochi che ancora hanno fede.
Per me che non ho mai creduto in Dio, e che ho scelto di non credere nell’amore, non rimane che il rammarico.
Fatico a trattenere le lacrime. Per fortuna ho chiuso la porta dell’ufficio a chiave: nessuno dei miei colleghi può vedermi ridotta in queste condizioni.
So che quello che sto facendo è sbagliato, perché ormai Carl una vita se l’è fatta e non ha più bisogno di me… Ma io ho bisogno di togliermi questo peso.
Il telefono squilla a vuoto un paio di volte, poi risponde una voce.  “Jane, sei tu?”
“Avrei dovuto essere lì con te, in questo momento”.

 

I riferimenti “fantascientifici” del racconto sono stati ispirati dal seguente articolo: click

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L’esercito nemico

Una raffica di proiettili rimbalza contro il vetro: ra-ta-ta-ta-ta. I vetri infrangibili gemono, urlano nell’impatto, ma resistono. Mi rannicchio contro il muro, col fiato corto: sono sotto assedio. Lancio un’occhiata fuori dalla finestra e individuo subito l’esercito nemico: volti arrossati dal freddo, bianco di denti su bianco di neve.
Non posso perire qui dentro, come un codardo. Non ho munizioni per rispondere al fuoco e solo uscendo allo scoperto, avventurandomi nella bufera, potrò procurarmele. Loro lo sanno: quei maledetti godono nel vedermi in trappola, non aspettano che un mio passo falso per finirmi. Devo uscire ad affrontarli.

Quando mi alzo in piedi, un’altra raffica di proiettili mette a dura prova il vetro. Vacillo, mi appoggio contro il muro e poggio la fronte rovente contro il vetro della finestra. Il mio respiro crea fantasmi intermittenti sulla superficie trasparente. Se solo non fossi così debole…

— Mamma, dài, posso uscire a giocare con la neve? Solo cinque minuti!
— Teo, ti ho detto di no! Stai già abbastanza male, vuoi prenderti la polmonite?
— Ma mi prenderanno in giro a vita!

Il gemito del vetro sottoposto all’ennesima raffica di colpi fa eco all’urlo del mio orgoglio ferito. Ra-ta-ta-ta-ta.

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Ciò che tutti dicono

Venezia, 1929

Tutti dicono che il mondo si ferma, quando nevica: il cielo assume la tonalità grigiobianca del fondale di teatro e le foglie, grevi di neve, cessano di tremare quando il vento le sfiora.
Venezia, oggi, si è fermata davvero.
L’acqua dei canali, tramutata in una lastra sottile, pietrifica il moto di gondole e navi; rende chiunque si avventuri sulla sua superficie un novello Redentore.
Le grida di Toni, Nane e Alvise lacerano il silenzio. Arroccati sui loro barchini dal fondo piatto, inscenano una sanguinosa battaglia navale. Proiettili di neve rintoccano contro le fiancate lignee delle imbarcazioni, che slittano sul ghiaccio grazie alla spinta di quelli che una volta erano remi, e ora son diventati pertiche.

Un proiettile vacante colpisce il Simpio, la piccola barca in cui Bepi e io ci siamo rifugiati, stesi sotto le coperte, ad osservare il cielo nella penombra della sera. È strano, per una volta, non sentir beccheggiare questa nostra culla in risposta alle carezze del mare.
Pallida imitazione del fumo nero eruttato dai camini, il nostro respiro forma sbuffi leggeri, tiepida barriera contro i fiocchi di neve che galleggiano nell’aria. Uno si deposita sulle ciglia di Bepi, lui chiude gli occhi finché non si scioglie.
Tutti dicono che la neve a Venezia è un miracolo.
Per me, invece, il miracolo accade ogni volta che Bepi riapre gli occhi, finalmente guarito dalle ferite di quella maledetta guerra che ha cercato di portarmelo via.
Che giochino pure alla guerra, i suoi amici, se vogliono. Lui rimarrà qui con me.

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È qui che morirai

Il mio specchio si apre a metà e ne esce una frotta di zombie in completo elegante.
Un gruppo di uomini d’affari con le occhiaie e il passo pesante mi sciama attorno, si disperde nella Hall e poi fuori, nella città di Parigi. Quando le porte dell’ascensore si richiudono, controllo un’ultima volta sulla loro superficie riflettente che il nodo della mia cravatta sia impeccabile.
Poi prendo le scale.

La segretaria dello studio legale, Léa, è un’attraente brunetta che sembra apprezzare il mio accento italiano, e che renderà sicuramente più piacevole la mia permanenza qui. Sono quasi sicuro di aver fatto una buona impressione anche ai soci di Roux&Morel, con questo primo colloquio, e l’invito a pranzo di uno dei due, Léon Morel, non fa che avvalorare la mia ipotesi. Dice che vuole spiegarmi meglio le dinamiche dello studio, e io certo non voglio compromettere la mia posizione per una sciocca fobia infantile, perciò quando lui entra nel claustrofobico ascensore lo seguo, limitandomi a lanciare uno sguardo di rimpianto alla rampa di scale diretta ai piani inferiori.
Mentre percorriamo le stradine di Parigi, Léon mi fa notare in lontananza la sagoma delle torri di Notre Dame, ben riconoscibili oltre il profilo frastagliato degli edifici che ci circondano.
— Il bistrot è proprio di fianco alla cattedrale, vedrai che spettacolo.
Il sole è a picco su di noi, quando finalmente attraversiamo il sagrato di fronte alla chiesa. Il mio passo è veloce: sono affamato, non bado a dove metto i piedi. D’un tratto, Léon mi prende per un braccio e mi strattona verso di lui. — Attento, Marcò, stavi per calpestare l’Ombra del mendicante!
Abbasso lo sguardo, chiedendomi se “ombra del mendicante” sia un francesismo per “escremento di cane”, ma l’unica cosa che vedo nei paraggi è un’estesa macchia d’ombra che campeggia sull’asfalto a qualche metro di distanza dalla porta della chiesa: impossibile capire cosa sia a proiettarla; fin troppo chiaro, invece, che Léon ne sia terrorizzato.

Una volta trovato posto al ristorante, il Larme de Dame, Léon e io discutiamo di fronte a due quiche fumanti: lui si intestardisce a raccontarmi la Leggenda del Mendicante, io vorrei solo che mi illustrasse i casi su cui stanno lavorando allo studio.
Putain, Marcò, lascia che ti spieghi! Che senso ha dirti tutto dello studio, se poi finisci stecchito come Pedro?
Il suo scatto di rabbia mi ammutolisce; fingo di ascoltare la sua storia, ma intanto mi chiedo se sia saggio iniziare una collaborazione con un personaggio così superstizioso. Terminata la lezione di cultura locale, Léon sembra tornare l’avvocato simpatico e professionale conosciuto questa mattina in studio, e io scelgo di dimenticare l’accaduto. Lo Studio Roux&Morel è un’occasione di carriera davvero troppo grande per lasciarmela rovinare da una stupida superstizione.

È necessaria qualche settimana perché che lo studio possa ufficializzare la mia integrazione a collaboratore ufficiale, ma già dal primo giorno di lavoro i colleghi non esitano ad affidarmi alcune pratiche minori.
Dopo qualche ora spesa nel tentativo di ambientarmi nel mio nuovo ufficio, decido di tornare a mangiare al Larme de Dame per schiarirmi le idee. Fatico un po’ a trovare la strada in assenza di Léon, oggi impegnato in un pranzo con un cliente, ma il profilo di Notre Dame mi guida nella mia ricerca.
Seduto ad un tavolo esterno, osservo incuriosito il brulichio di persone che occupano Place du Parvis Notre-Dame, lasciandone libero un solo punto. Sono quasi certo che sia la zona marchiata dall’Ombra del mendicante, e non posso fare meno di chiedermi se davvero Léon ricolleghi la leggenda alla morte di Pedro, il precedente collaboratore dello studio, o se tutta questa storia sia in realtà uno scherzo di pessimo gusto.
Dopo aver pagato il conto, mi dirigo a passo veloce verso la macchia scura che fa sfoggio di sé nell’ora in cui nessun oggetto dovrebbe gettar ombra, e mi ci piazzo esattamente sopra. Un passante sibila “conard”, fa il segno della croce e si allontana velocemente. Lo ignoro e alzo lo sguardo al cielo, alla ricerca della misteriosa fonte d’ombra.
Un volto mostruoso mi si para davanti, urla, ghigna, cerca di azzannarmi.
Colto di sorpresa, incespico all’indietro. Si tratta solo di un doccione. Un doccione che a prima vista mi è parso molto vicino, ma che in realtà è incastonato piuttosto in alto sulla parete, al di sopra del portone della chiesa. Il suo brutto muso guarda verso il basso, le labbra arricciate sulle zanne scoperte; punta esattamente verso l’Ombra del mendicante.
Mi affretto a tornare all’ufficio per un incontro con un possibile cliente; i raggi del sole mi scottano sulla nuca come lo sguardo di un assassino. Quando finalmente attraverso le porte dell’edificio, mi scontro con la mia immagine scompigliata riflessa sulle porte dell’ascensore. Sembro uno zombie.
“È questa la tua fine”, sibila una voce alle mie spalle. Mi volto di scatto, ma il corridoio è deserto. Mi tocco il collo: sotto le dita, sento la pelle ardere. Domani dovrò stare più attento al sole.

Non riesco a smettere di guardarmi intorno. Da ieri sera, ogni volta che passo davanti all’ascensore, sento dei sussurri. Si tratta chiaramente di un qualche giochetto di iniziazione, ma voglio mettere subito in chiaro che sono un professionista e non ho tempo per queste sciocchezze. Devo solo trovare le parole giuste da usare con i miei colleghi.
“Sarà lento, sarà doloroso… è questa la tua fine”
Il sibilo mi risuona alle spalle mentre attendo l’ascensore in compagnia di Léon. Mi volto di scatto, ma alle nostre spalle non c’è nessuno.
Poso una mano sulla fronte: è bollente.

In ascensore mi godo il silenzio. Léon controlla la sua mail dal cellulare, alla ricerca di un messaggio del cliente; io penso alla leggenda che mi ha raccontato, al mendicante che incatenò la propria ombra alla piazza di Notre Dame e la maledì, per punire quel paese che l’aveva lasciato morire di stenti e perseguitare chiunque osasse mancargli di rispetto una volta ancora, calpestando il suo ricordo.
Appena metto piede fuori dall’ascensore, il sibilo torna: “Lento, doloroso, rovente… la pelle si staccherà a pezzi, gli occhi si rinsecchiranno…”. Sobbalzo. La hall è vuota. Léon mi domanda se sto bene. Il cliente che ha incontrato ieri potrebbe portare molti soldi allo studio, per questo mi ha chiesto di parlarne assieme di fronte a un bel piatto di zuppa al Larme de Dame.

Quando attraversiamo il sagrato di fronte alla chiesa, Léon mi tira per un braccio. — Oplà! Stavi per passarci sopra di nuovo!
Guardo con astio l’ombra a qualche passo da me. — Fa niente, l’ho già calpestata ieri.
Léon mi guarda preoccupato, sembra in difficoltà nel trovare le parole.
— Sono già iniziate le voci?
— Quali voci?
Un raggio di sole mi sfiora l’insolazione sulla nuca, e un brivido mi percorre da capo a piedi.
— Allora, il cliente, torniamo a lui —, cerco di cambiare argomento.
— È una perdita di tempo, — sibila Léon, furente — ormai sei spacciato.
Nel pomeriggio non riesco a concentrarmi sul lavoro: continuo a pensare alla reazione di Léon.
Si è rifiutato di discutere del caso e adesso, in ufficio, mi ha delegato un noioso lavoro di scartoffie. Sembra che stia cercando di prendere tempo, e intanto io ho la testa che esplode e un continuo sibilo nelle orecchie. Se non ci faccio caso è solo un fischio, ma se mi concentro mi sembra quasi di riconoscere una cantilena: “lento, doloroso, rovente…”.

Sono passati due giorni, e la situazione non è migliorata. Malgrado sia imbottito di aspirina, ho la testa pesante come un macigno, la pelle bollente e un sibilo costante nelle orecchie.
Entro in ascensore: ormai è l’unico posto in cui le orecchie smettono di fischiarmi, forse per via del movimento, o delle sue piccole dimensioni… non ne ho idea, ma in questi giorni ho deciso di combattere la mia fobia e ci sono salito più spesso di quanto abbia mai fatto in tutta la mia vita.
“Qui morirai”.
Le porte si chiudono, mentre ripasso a mente la mia arringa.
Oggi mi sarei preso volentieri un giorno di permesso, ma devo parlare chiaro a Léon: mi sembra una brava persona, e ho intenzione di scusarmi per non aver rispettato le tradizioni del luogo, ma anche di dirgli che non ho più intenzione di limitarmi a compilare scartoffie. Sono il suo collaboratore, non il suo stagista.
L’ascensore si blocca con un cigolio, troppo presto perché sia già arrivato al mio piano; le porte rimangono chiuse.
— Hey!
Batto furiosamente contro le porte; in quell’istante una sirena antincendio inizia a suonare. Dall’esterno provengono urla, strilli, rumore di gente che corre. Com’è possibile che nessuno si accorga dell’ascensore bloccato?
“Non morirai solo” cantilena una voce, giusto dietro il mio orecchio. Mi volto di scatto. Di fronte a me una figura solitaria, la mia, riflessa sullo specchio interno dell’ascensore.
“Lenta, dolorosa, incandescente”
All’improvviso ho di nuovo cinque anni e sono bloccato in un pozzo profondissimo, l’acqua sale lenta ma inesorabile, e nessuno a risponde alle mie urla.
Il panico si impossessa delle mie membra.
Prendo a pugni la porta. La pelle rimane incollata al metallo rovente, lasciandomi i palmi delle mani in carne viva. Provo a prendere a spallate la porta.
“È qui che morirai”
L’aria attorno a me inizia a vibrare per il calore. Fatico a respirare.
In qualche modo, nelle mie orecchie, la cantilena è più forte dell’urlo della sirena, del mio stesso rantolare. L’aria sembra solida: impossibile convincerla ad entrare nei polmoni.
Le porte dell’ascensore si accartocciano sotto il fuoco, corrodendo il riflesso di un volto paonazzo, inumano, in cui fatico a riconoscermi.
Mi tornano in mente le parole di Léon, quelle che avevo finto di non ascoltare il giorno in cui mi aveva raccontato la leggenda: “Si dice che l’Ombra del mendicante si appropri delle tue paure più profonde e le usi per portarti alla follia”.
“È qui che morirai”.

Traduzione dei termini in lingua straniera presenti nel testo:

Larme de Dame = Lacrima di Dama
Putain! = Esclamazione volgare
Conard = Insulto pesante

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Mangi le persone?

C’era una volta un giovane uomo che provava orrore per se stesso. Quei genitori che non lo avevano voluto gli avevano insegnato ad odiarsi; le persone che morivano nell’istante stesso in cui incrociavano il suo sguardo gli avevano insegnato a temersi.

Tar guardò quello che era rimasto della sua cena — un cranio e un paio di mani — e ricordò le dita del vecchio Dedjal mentre con il braccio sano disegnava sulla terra per insegnargli a scrivere; il braccio spezzato, incatenato ad un’impalcatura di legno ricoperta di pece e di piume, intanto, anneriva man mano che la cancrena avanzava.

Non era mai riuscito a mangiare mani.

 

Ogni volta che si cibava dei prigionieri del labirinto, Tar si tormentava al ricordo del giorno in cui aveva scoperto di essere un mostro.

Il re del Regno di Kretya, gli aveva spiegato il vecchio Dedjal, aveva creato la leggenda del Mostro del Labirinto per costringere alla resa l’appena conquistato regno di Atenyes, e aveva minacciato di scatenare contro gli atenyensi l’orribile bestia racchiusa al suo interno, se il loro re non avesse inviato ogni anno quattordici giovani per sfamarla.

Per raggiungere il suo scopo, Minoxet non aveva esitato a sacrificare suo figlio e ad imprigionare lo stesso Dedjal per ridurlo al silenzio.

Il vecchio, incaricato della progettazione del Labirinto, era l’unico a conoscenza della maledizione che lo stregone del regno, offeso dal re Minoxet, aveva usato per sfigurare orribilmente l’erede del trono di Kretya e per renderlo invulnerabile, in modo che il padre non potesse ucciderlo. La madre era morta di parto, e Minoxet aveva lasciato credere a tutti che con lei fosse morto anche il figlio. Aveva poi rinchiuso quello che considerava un essere ripugnante nell’immenso labirinto, fingendo fosse una bestia feroce al suo comando. Solo dopo essere sopravvissuto a numerosi tentativi di lasciarsi morire di fame, Tar aveva iniziato a crederci. A credere di essere lui il mostruoso, immortale figlio di re Minoxet.

Da quando l’infezione al braccio gli aveva portato via Dedjal, Tar si era trovato spesso a desiderare di non conoscere la propria storia, di non sapere che le leggende su di lui erano così terrificanti da far morire di paura chiunque, nel labirinto, intravedesse la sua ombra o udisse i versi che emetteva nel disperato tentativo di comunicare.

Le lettere che il vecchio gli aveva insegnato erano inutili: nel Labirinto entravano solo popolani analfabeti, e le scritte che il ragazzo graffiava sui muri non facevano altro che convincere i malcapitati che quel luogo fosse davvero abitato da una bestia impazzita.

Ormai da diciannove anni Tar sopravviveva nella sua immensa prigione, cibandosi di vegetazione e dei cadaveri dei prigionieri morti di stenti, quando nel labirinto vennero intrappolate le streghe.

In seguito all’incantesimo che aveva compromesso il suo erede, Minoxet aveva iniziato in gran segreto a dar la caccia a chiunque praticasse le arti magiche; quell’anno, era finalmente riuscito a inviare nel labirinto una congrega di streghe, facendo prendere loro il posto di sette ragazze cretesi.

Tar fu richiamato dalle loro urla.

Private delle bacchette, le streghe si erano trovate indifese contro i sette compagni di sventura, ben decisi a godersi in loro compagnia l’ultima notte prima di morire, che loro fossero d’accordo o meno.

Tar non conosceva il mondo e i suoi costumi, ma il suo istinto animale gli disse che quelle donne non stavano urlando per il piacere, e reagì di conseguenza.

“Fermi”, urlò, ma solo un ruggito uscì dalle sue fauci.

 

La maggior parte degli uomini si voltò, con l’intenzione di attaccarlo in gruppo; le streghe, invece, si affrettarono a coprirsi gli occhi, poiché in paese girava voce che il mostro che veniva chiamato Minotauro potesse uccidere con il solo sguardo.

Tar non ci mise molto a uccidere gli uomini: per quanto lo superassero in numero, non potevano competere con la sua invulnerabilità. Terminato con loro, si voltò verso le donne, nel timore che lo attaccassero, ma si trovò di fronte sei figure immobili come statue, il volto ben coperto dalle mani, un muro di silenzio a sovrastare i loro corpi immobili. Poi un guizzo, e incrociò lo sguardo una sagoma appiattita contro il muro: la settima strega.

Dresdanja era la più giovane della congrega, e tutte le sorelle avrebbero concordato nel definirla la più sprovveduta del gruppo. Il fatto che durante lo scontro Dres, invece che tenere gli occhi sbarrati, li avesse tenuti fissi su una scritta incisa sul muro, non poteva che dar loro ragione.

La scritta diceva: AIUTO.

Ne aveva vista un’altra, qualche passo più indietro; sembrava incisa con rabbia. NON SONO UN MOSTRO.

Poi aveva incrociato lo sguardo del Minotauro, uno sguardo del colore del fuoco, mortifero, terrificante. Tutto nel suo corpo tremò, ma lei, che da tutta la vita conviveva con lo sfregio di un labbro leporino, non morì di paura, e dietro quegli occhi, sul volto sfregiato, si illuse di riconoscere qualcosa di simile a umanità. Con mano tremante, indicò prima una delle scritte, poi l’essere. “Tu?” mormorò.

Una delle sorelle streghe la sentì e imprecò per la sua stupidità. “Dres, non dire niente: magari è stupido e non si accorge di noi”.

Il Minotauro voltò il muso verso la voce, e sbuffò dalle froge, ma non si mosse. Dres incespicò velocemente all’indietro quando lui si mosse, ma il mostro si limitò a portare un palmo al petto, come a dire “io”.

Non sapendo se l’essere potesse udire o emetter suono, Dres si inginocchiò e raccolse un bacchettino. Si avvicinò di qualche passo, tremando come una foglia, e il ramo stridette al contatto contro la roccia. MANGI LE PERSONE?

Il bacchetto si spezzò, un suono secco nel silenzio carico di timore. Il mostro si avvicinò e ne raccolse un’estremità da terra, poi, con una scrittura incerta, da bambino, scrisse sul muro.

SOLO QUANDO MUOIONO Dres fece un passo indietro.

Il mostro sbuffò dalle froge, e si affrettò ad aggiungere. NON LE UCCIDO IO

Sotto continuò, la mano che tremava per l’emozione di poter finalmente comunicare con qualcuno e per il timore di essere sottoposto al suo giudizio.

È BRUTTO?

Era brutto, brutto assai, avrebbe detto la mamma di Dres, ma sua madre era morta da tempo, poco dopo che il paese l’aveva esiliata per aver partorito il mostriciattolo dal labbro leporino. E le streghe che avevano accolto Dres le avevano insegnato a interpretare la realtà in modo più sfumato del semplice “giusto e sbagliato”, “bello e brutto”.

A VOLTE LE MANGIAMO ANCHE NOI, scrisse.

Quella sera il mostro e le streghe si cibarono dei corpi dei criminali morti, e danzarono assieme in sabba attorno al fuoco.

Ci volle qualche tempo perché Tar e le streghe arrivassero a fidarsi l’uno delle altre. Ciò che accelerò la loro amicizia fu l’elaborazione di un piano di fuga comune, cosa che divenne molto più semplice quando fu chiaro che il Minotauro comprendeva le loro parole e che non era necessario scrivere per farsi capire.

Le streghe spiegarono a Tar come indurire i pezzi di legno sul fuoco, poi si tagliarono i lunghi capelli con le

 

ossa dei morti affilate con cura e li intrecciarono in corde infinite.

Tar utilizzò i rami dalle punte indurite come arpioni per scalare il muro del labirinto, mentre le streghe, sotto di lui, tendevano una rete formata dai loro capelli per attutire l’impatto in caso fosse caduto. Quando raggiunse la cima, Tar gettò a terra un capo della lunga corda di capelli intrecciati che si era arrotolato attorno al torso, e aiutò le streghe a raggiungerlo.

Dall’alto delle mura, fu semplice individuare la cornice esterna del labirinto che confinava con le estreme propaggini della foresta incantata, raggiungerla in poche settimane e conquistare la libertà.

Al riparo della foresta, le streghe fabbricarono nuove bacchette e restituirono la parola a Tar. Quella che ormai era diventata un’alleanza indistruttibile raccolse in breve il sostegno del popolo e si unì ad altri potenti gruppi magici allo scopo di distruggere il labirinto e uccidere Minoxet.

Tar sorrise quando infilzò la spada nel cuore del padre e vide il terrore nei suoi occhi, poi si unì alle streghe e al popolo di tutto il reame per ballare il sabba attorno alle ossa del re.

A capo del regno si insediarono le sette streghe, Tar, e altri sei uomini che avevano combattuto valorosamente. Tar e Dresdanja non si sposarono, perché le streghe non si uniscono agli uomini, ma strinsero una forte amicizia basata sul rispetto reciproco, e contribuirono a guidare il regno in modo giusto e a perseguire i malvagi in modo spietato.

Ogni anno, al ricorrere dell’anniversario della liberazione del regno, nel regno di Kretya veniva organizzato un grandissimo falò e tutto il reame era invitato a unirsi alla danza del sabba e a mangiare le carni delle persone malvagie imprigionate durante l’anno.

In questo modo, vissero tutti felici e contenti… almeno per qualche secolo.

 

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Morte a Venezia

Questo racconto è stato scritto a quattro mani con Loris, un caro amico.

 

Neppure l’acqua alta ha impedito alla gente di riversarsi in Piazza San Marco per i festeggiamenti.
Figure dall’inquietante becco ricurvo celano stivali di gomma sotto ai lunghi mantelli; al loro braccio si aggrappano dame infreddolite, troppo impegnate a badare che l’orlo dell’abito non si inzuppi per ricordarsi di sorridere a chi le fotografa. Turisti venuti da lontano si aggirano estasiati per la piazza che scompare sotto un velo d’acqua, e ai gondolieri rimane l’ingrato compito di ricordare loro dove termina il piazzale e dove inizia il mare.
La MSC Poseidon sfila rapida nel bacino del Canal Grande, lungo Riva dei Sette Martiri; si accinge ad offrire ai suoi passeggeri lo spettacolo del carnevale più bello del mondo.
Vibrano le case che si affacciano sul canale, a ricordare ai veneziani il prezzo da pagare quando si vive dentro a un museo a cielo aperto. In piazza San Marco, pochi prestano attenzione a uno spettacolo divenuto ormai consuetudine.
Eppure, un brivido percorre la schiena dei primi a rendersi conto che qualcosa non va; di chi ha già notato l’insolita velocità della nave.
Giunto all’altezza del Ponte dei Sospiri, il placido gigante vira in direzione della banchina, aiutato nella manovra dai due rimorchiatori; poi accelera mantenendosi parallelo alla Riva degli Schiavoni.
Qualcuno grida, prima ancora dalla nave che da riva.
Mano a mano che si avvicina, l’enorme mole della nave da crociera è evidenziata dal grottesco contrasto con i palazzi veneziani: persino Palazzo Ducale si inchina al confronto.
Lo spostamento d’acqua provocato dalla Poseidon in acceleramento travolge alcuni gondolieri, altre onde arrivano a lambire le colonne del Palazzo Ducale.
Nessuno ride o scherza più e le maschere servono ora a coprire spasmi di terrore.
Con la nave a meno di trenta metri dalla riva alcuni fuggono, ma la maggior parte delle persone è come pietrificata. Quando l’impatto sembra inevitabile e qualcuno grida “Ci viene addosso!”, il gigante viene rallentato dalla natura del canale: la chiglia si arena sul banco di sabbia subacqueo che protegge la riva, ma la velocità presa in precedenza rende brusca la frenata e fa oscillare i piani più alti.
Le grida dei passeggeri coprono le sirene e gli altoparlanti delle pattuglie di polizia navale, ma una voce si staglia sopra tutte, nitida e spaventosa: “Allahu Akbar!”.
Poi è solo inferno.
Un fragore prolungato, di tremenda violenza, invade il canale: non una, non due, non dieci deflagrazioni, forse quindici, forse venti. Le grida si impossessano della piazza e, nel fuggi fuggi generale, nessuno si sogna di dare uno sguardo alla provenienza delle esplosioni. Dalla gigantesca Poseidon, nubi di fumo nero annunciano l’imminente disastro.
La carena sotto la linea di pescaggio, sventrata in modo sistematico dal C-4 al plastico, inizia rapidamente a imbarcare acqua e sabbia, generando lievi gorghi sulla superficie. Saltati in aria parte dei motori, il timone principale, la gabbia delle eliche a poppa e una porzione considerevole di chiglia, il gigante implode su stesso molto più rapidamente di un transatlantico colpito dagli scogli.
Il rollio causato dall’instabilità della struttura si trasforma ben presto in cedimento lungo il lato colpito dalle esplosioni, quello di dritta, che dà sulla piazza.
Lo spaventoso cigolio del collasso di settanta metri di altezza travolge la piazza e riempie le orecchie di tutti, dando l’illusione che sia un’intera montagna a muoversi.
Chi non è ancora fuggito non aspetta oltre, perché è chiaro ormai che, nel momento in cui lo scafo si rovescerà, i piani più alti della Poseidon si abbatteranno su Piazza San Marco.
Dapprima lentamente e poi con accelerazione sempre maggiore, un’ombra mortale oscura il leone simbolo della Serenissima, mentre da ogni ponte della nave i passeggeri si gettano in acqua come api che sciamano in fuga dall’alveare distrutto.
L’impatto violentissimo lacera i timpani e cancella come una slavina i pochi che si erano attardati agli approdi delle gondole.
Le colonne di San Marco e San Tòdaro affondano nelle finestre della nave, prima di sbriciolarsi contro le lamiere di acciaio.
Tutta Venezia trema di una violentissima scossa, si aprono brecce tra i marmi intarsiati del Palazzo Ducale e cedono alcuni archi del loggiato alto; le vetrate di San Marco vanno in frantumi nell’onda d’urto, intere sezioni di mosaico piovono a terra avvolte da una nuvola di polvere di intonaco.
I detriti del molo vengono risucchiati nell’onda anomala sollevata dall’inchino dell’enorme imbarcazione, così come i corpi degli sventurati tramortiti dall’impatto.
Pochi interminabili minuti dopo, un silenzio surreale si diffonde nella piazza; nessuno sembra avere il coraggio di gridare, piangere, neppure di respirare.
È una sensazione a permeare l’ambiente, a sussurrare che non è ancora finita, che l’apice della giornata non sarà quel relitto di centomila tonnellate incagliato tra i resti della più famosa piazza del mondo.
Dietro alle maschere da medico della peste, occhi attoniti fissano la statua dorata dell’Arcangelo Gabriele e l’intera cuspide del pyramidion bronzeo schiantarsi al suolo, trascinando con sé parte delle fragili pareti del campanile.
L’ultimo grande dono della peste del ventunesimo secolo.

 *

Un cappello a tricorno galleggia al centro della piazza, le falde imbiancate da un sottile strato di intonaco. Il corpo a cui appartiene giace contro la parete di Palazzo Ducale, gli abiti d’epoca intrisi d’acqua e sangue.
A qualche passo di distanza da una colonna striata di rosso, una maschera sorridente beccheggia nell’acqua al ritmo dei passi dei soccorritori.
L’arrivo del primo elicottero per l’evacuazione solleva una piccola tempesta: gocce d’acqua pungono come spilli il volto gelido di Marta, una delle prime donne ammesse alla Scuola per gondolieri. Non sente più le gambe, le braccia non rispondono ai suoi comandi. Sbalzata sulla piazza dall’impatto con la Poseidon, che ha travolto la sua gondola, si sente fortunata a essere ancora viva, se pur con la certezza che non potrà più camminare, meno che mai stare in piedi su una gondola.
Non ha idea di cosa sia successo ai turisti russi che stava traghettando all’Isola della Giudecca.
Delle figure in uniforme bianca le corrono accanto, scatenando una piccola serie di onde che le invadono le narici e la fanno tossire.
Il suo corpo è squassato da un fremito: devono averla creduta morta.
Fruga il cielo con gli occhi, in cerca di qualcosa che possa darle forza; incontra solo l’orrendo spettacolo del campanile sventrato.
Oggi neppure l’Arcangelo Gabriele ascolterà le sue preghiere.

Il gigantesco transatlantico pare un cetaceo spiaggiato, tragico e minaccioso allo stesso tempo, mentre Bepi gli si affianca con la gondola.
Le sirene di allarme sembrano il suo grido di aiuto, i cigolii di assestamento i suoi ultimi, sofferenti, respiri.
Un piccolo cedimento della nave potrebbe provocare uno spostamento d’acqua sufficiente a risucchiare in pochi istanti lui, la sua gondola, i sub della Marina Militare che trasporta e le mine che hanno portato con sé. Bepi è consapevole di aver accettato un compito pericoloso, ma le persone intrappolate nella nave hanno bisogno dell’aiuto della Marina, e una gondola è sì meno rapida di una barca a motore, ma anche molto meno pericolosa per il delicato equilibrio del transatlantico, che il più lieve moto ondoso potrebbe compromettere.
Il pensiero di Bepi, però, è altrove: è dalle nove che non vede Marta, la sua protetta, e la cosa lo turba moltissimo. Sa bene che la ragazza è ancora una novellina, eppure pensava sarebbe corsa a prestare aiuto in una simile situazione. Forse non la conosce bene quanto crede, o forse…
Meglio non pensarci.
Nel frattempo, chiunque nei paraggi possieda un’imbarcazione è impegnato a salvare dall’acqua gelida le persone sbalzate fuori dai ponti della nave o strappate alla piazza dall’onda anomala; le raffinate poltroncine di velluto rosso delle gondole oggi non accolgono turisti facoltosi, ma pile di coperte termiche, passeggeri traumatizzati e cadaveri dai polmoni saturi d’acqua.

Luci, rumori, voci.
Paul fatica a riaprire gli occhi, non ricordava di averli chiusi. Geme quando riconosce il vano ascensore divenuto da qualche ora la sua prigione: il livello dell’acqua si è alzato ancora.
Il lento plic plic delle gocce di sangue che si infrangono sull’acqua è assordante nel silenzio di morte che lo avvolge; assieme al ronzio che gli invade le orecchie, gli impedisce di intercettare la posizione dei soccorritori.
Eccone uno!
L’hanno trovato?
Sta’ tranquillo, sei al sicuro
Paul l’italiano non lo capisce, ma sa che quelle voci significano salvezza.
Poi sente riecheggiare una risposta in arabo.
Help” rantola, con un filo di voce. L’acqua attorno a lui è di un’uniforme tinta rosata.
Okay, l’abbiamo liberato, portiamolo fuori
Le voci, invece che avvicinarsi, si allontanano; le luci delle torce scompaiono.
Paul scruta il buio con occhi terrorizzati. Sa che non dovrebbe abbassare le palpebre, che deve rimanere cosciente… ma è… talmente… stanco…

Dopo aver chiuso la cerniera sul volto di un ragazzino dell’Europa dell’est, Toni decide che ne ha abbastanza di riempire sacchi neri. Teme che in uno di essi possa giacere il corpo di Marta, di cui nessuno ha ancora avuto notizie, e non è un bel pensiero.
Ha sentito che sono state calate le prime lance di salvataggio con i passeggeri della Poseidon e si è offerto di aspettarle per indirizzare i sopravvissuti verso il tendone di pronto soccorso allestito in Piazza. Sistemerà anche questa, poi andrà a prendersi un’ombretta di vino al Caffé Florian sotto i portici e cercherà di stordirsi abbastanza da dimenticare l’intera giornata, per quanto possibile.
Ormai, come gli ha detto Bepi, i sopravvissuti sono stati recuperati e i morti sono andati a fondo. Il compito dei gondolieri è finito; rimane tutto nelle mani dei sub.

Husaam Abid scende tremante da una lancia di salvataggio.
Pensava fino all’ultimo che non ce l’avrebbe fatta, invece ecco che come in un déjà-vu inciampa per uscire da un gommone; una mano gentile lo aiuta a recuperare l’equilibrio e i suoi piedi tornano a toccare la terra degli infedeli. Inshallah, è ancora vivo.
Ti ved la tenda là in fondo? La xé la guardia medica: va’ a farte dar ‘na controladìna!
L’uomo che l’ha aiutato a scendere è vestito da gondoliere e lo guarda senza sospetto alcuno, con la sola preoccupazione di sincerarsi che capisca l’italiano.
Husaam annuisce, rapido: non vuole attirare l’attenzione.
Ancora non riesce a capacitarsi che i sub l’abbiano trovato vicino al vano ascensore, semi-incosciente per aver battuto la testa durante la detonazione.
Salvato dalle sue stesse vittime: dubita che i suoi compagni di missione siano stati altrettanto fortunati.
Toni, ghemo trovà Marta!” urla qualcuno “La xé viva!“.
Il gondoliere sobbalza, fa un cenno ad Husaam e corre via, sollevando schizzi d’acqua al suo passaggio. L’acqua sembra aprirsi ai suoi piedi come davanti al profeta Mūsā, per poi richiudersi a muro di fronte a Husaam.
Non ci vorrà molto prima che la polizia risalga a lui e inizi la caccia all’uomo. Per fortuna, il materiale per la fuga in Francia attende lui e gli altri in una stanza d’albergo.
Qualcosa gli urta il piede: un tricorno ricoperto di polvere e sangue, semisommerso dall’acqua.
Husaam sorride.
Oggi si è guadagnato il paradiso e tutte le sue settanta vergini, poco ma sicuro.

 

 

Disclaimer: Ovviamente si tratta di una storia finzionale e auguriamo tutto il bene a Venezia, facendo corna perché possa continuare a prosperare per secoli e secoli.
Disclaimer 2: Il personaggio del terrorista ha la colpa di aver interpretato il messaggio dell’Islam nel modo sbagliato, ma non è altro che una persona a sé stante, non certo il simbolo di un’intera comunità: questo racconto non vuole assolutamente incitare all’odio o al razzismo nei confronti dei praticanti della fede musulmana.
Disclaimer 3: Il dialetto veneziano è stato leggermente modificato per essere più comprensibile anche ai non veneti.

Pubblicato in: Orrore, Racconto, Thriller

Siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare

 

 

REPERTO N.1
Diario di Frank Laia

23/10/2016

Oggi ho avuto un altro episodio di sonnambulismo. Da qualche settimana ho scoperto di compiere atti di cui non conservo ricordo e soffro di incubi. Incubi notturni. Incubi ad occhi aperti. Mi tremano le mani al solo scriverne. Forse “sonnambulismo” non è il termine corretto per definire quello che mi sta succedendo, poiché quando perdo il controllo delle mie azioni sono completamente sveglio, ma non saprei che altro nome attribuire a quello che mi sta succedendo. Temo sia collegato a quello che è successo al lavoro, e inizio a pensare che il capo non abbia compiuto una scelta errata nel sospendermi dal servizio a seguito dell’epilogo della vicenda. Tuttavia, da quando ho smesso di recarmi al lavoro, non mi sento bene. Temo sia dovuto anche alla mia separazione da Betty, che certamente non è avvenuta in un buon periodo, ma sento di non potere ascrivere interamente la colpa di quello che mi sta succedendo alla crisi di mezza età di mia moglie.

25/10/2016

Stamane è avvenuto un fatto destabilizzante. Mi sono svegliato sul divano, al suono del pianto di mia madre. L’ho raggiunta in bagno, dove mi sono offerto di medicarle una ferita alla mano, dalla forma riconducibile a quella di un morso di cane, e le ho domandato in quali circostanze se la fosse procurata.
Non dimenticherò mai il suo sguardo, colmo di orrore. “Tu mi hai fatto, questo! Tu! Tu mi hai fatto questo!”, ha urlato, e io…
Io mi sono chiuso in stanza e ho gettato la chiave dalla finestra.
Una domanda mi ossessiona: perché sento sulla lingua sapore di sangue? Non mi riconosco più: il mio volto è scavato, ingrigito da un numero di notti insonni talmente elevato da averne perso il conto.
E questi pensieri che mi tormentano…
E questa canzone che mi risuona nella testa…
Scrivo per distogliere la mente dal pensiero del sangue che mi cola dai polsi, e in cui confido per occultare le tracce dei miei spaventosi discorsi. Le gocce vermiglie già celano alcune parole. Scrivo per convincermi che la scelta di compiere quest’atto fosse, per quanto apparentemente irrazionale, la migliore che potessi compiere.
Oramai al mondo è rimasta solo una persona a preoccuparsi per me: mia madre, e preferirei non continuare a provocarle dolore. Lei in questo momento sta urlando, fuori dalla porta. Cerca di sfondarla con il peso del suo corpo minuto, ma non riuscirà ad abbattere anche il cassettone che blocca l’accesso.
Dalla finestra scorgo dei bagliori: le sirene dei pompieri? Deve aver capito cosa ho fatto. Spero capisca perché.
E intanto scrivo, per distrarmi.
E canto, per distrarmi. E urlo per distrarmi, e piango e non mi sto più distraendo e no non ci voglio pensare che sto morendo ma non voglio neanche continuare ad essere questo mostro e il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, come il pesce è difficile da bloccare, perché, perché… sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare, com’è profondo il mare, com’è profondo il… sta cercando di…

NOTA: Reperto parzialmente illeggibile, a causa di macchie di sangue.

 

 

REPERTO N.2
Dossier su Frank Laia redatto dalla psichiatra personale, Dott.ssa Gillian Ford

 

05/11/2016

Il paziente ha difficoltà a parlare spontaneamente. Non sembra intimidito dalla mia presenza, motivo per cui sospetto un trauma pregresso alla fonte del blocco emozionale che gli impedisce di accedere a ricordi e sentimenti.
Le conseguenze del trauma, a lungo represse, potrebbero essersi manifestate a seguito del tragico caso su cui il paziente ha investigato, il quale, a detta dei colleghi e della madre, l’ha sconvolto profondamente.
Interrogato in merito, il paziente si è limitato a definire il caso “disturbante”.

Il paziente proviene da un background depressivo causato dalla separazione con la moglie e dalla sospensione dal lavoro a seguito di un eccessivo coinvolgimento nel caso lui assegnato.
Dati i precedenti incidenti con la madre e il successivo tentativo di suicidio, si potrebbe supporre un’evoluzione della depressione ad uno stadio di psicosi.

12/11/2016

Data la familiarità del cliente con la pratica del diario, oggi abbiamo tentato l’approccio della scrittura automatica.
Dopo un’iniziale risposta positiva all’esperimento, il paziente si è interrotto e ha spezzato la penna. Non ha assunto un comportamento pericoloso: si è limitato ad osservare l’inchiostro che imbrattava il foglio. Poi, con una voce stridula e infantile, molto diversa dal tono basso ed impostato con cui si esprime solitamente, ha detto: “Il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare. Come il pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare”. Ha poggiato la fronte sul foglio macchiato d’inchiostro e ve l’ha battuta più volte, continuando a ripetere le parole: “non lo puoi bloccare”. Ho schioccato ripetutamente le dita per interrompere lo stato di trance, ma il paziente non è uscito dallo stato catatonico. L’unico modo per riportarlo ad uno stato cosciente è stato schiaffeggiarlo.
Non mi era mai successo prima.

Dalle mie ricerche è emerso che quella che il paziente ripeteva come una filastrocca è in realtà una canzone composta dal cantante Lucio Dalla. Il subconscio del paziente potrebbe averla usata per coprire un trauma infantile legato alla canzone o al mare.
Mi riservo di fare delle domande alla madre prima di proseguire con le sedute.

 

 

REPERTO N. 3
Diario dei sogni tenuto dal Frank Laia, su consiglio della Dott.ssa Ford

 

14/11/2016
Ho sognato il mare. Un mare nero, profondissimo. Soffocavo. Non come soffoca l’acqua, ma come soffoca una busta di plastica. Ho poi realizzato che il mare nero erano i miei pensieri. I cattivi pensieri che cercano di soffocarmi. Destatomi, ho riscontrato graffi sul volto.

15/11/2016
Nel sogno un pesce teneva gli occhi fissi su di me. Ne scorgevo le lacrime anche se ci trovavamo ambedue sott’acqua. Io urlavo e urlavo, implorandolo di sottrarmi dalla mia agonia, di farmi fuggire dalla boccia in cui ero rinchiuso. Al risveglio, ho scoperto di aver urinato nel sonno.

18/11/2016
Una canzone mi tormenta da giorni. E’ come se si fosse insediata nel mio cranio e sopravvivesse nutrendosi dei miei cattivi pensieri.
Caccia via queste mosche
Che non mi fanno dormire
Che mi fanno arrabbiare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

 

 

REPERTO N.4
Telecamera a circuito chiuso, studio della Dott.ssa Ford. Registrazione della seduta

 

23/12/2016

“Adesso conterò all’indietro da dieci. Quando arriverò a uno, tu aprirai gli occhi”.
Laia siede ad occhi chiusi sulla poltrona. La sua posa è rilassata.
“… sei, cinque”
Frank apre gli occhi. La dottoressa si ritrae, sorpresa. “Frank, mi senti?”
L’uomo serra la mandibola, poi la rilascia.
“Ti va di raccontarmi della canzone che senti la notte?”
La voce della dottoressa è calma, pacata. La risposta di Laia lo è altrettanto. “No”.
La sua voce è sottile, infantile; del tutto diversa da quella registrata fino a pochi istanti prima. Con fare pigro, distratto, spegne la lampada da tavolo della dottoressa. La stanza è immersa nella penombra, illuminata solamente dalla luce del sole di dicembre che filtra dalle finestre. “Voglio parlare dei miei cattivi pensieri. Delle mosche. Dei pesci. Sono loro… Loro non mi fanno dormire”.
Si alza in piedi, attraversa a lunghi passi la stanza, come a prenderne le misure. Si ferma davanti allo specchio appeso alla parete. Ci sbatte violentemente la testa contro, ancora e ancora, fino a frantumarlo; mentre lo fa, piange, trema e canta sommessamente: “Si videro consegnare uno specchio così da potersi guardare”.

Poi si gira. La dottoressa ha il telefono in mano. Con l’espressione di chi è stato colto in flagrante, lo lascia cadere a terra e corre alla porta.
Laia non la ferma. Strappa dalla cornice un frammento di specchio, come un dente dalla gengiva, e lo stringe nel pugno sanguinante.
Una voce proviene dall’entrata dello studio: “Polizia, ho un problema con un cliente, è armato…”. Laia esce, si sente la donna gridare. Ritorna nella stanza, tenendola per i capelli, e alza lo sguardo sulla telecamera.
Fa una carezza alla donna; le schegge di vetro che gli si sono piantate nella pelle le tracciano graffi sanguinanti sul viso.

Poi pianta i denti nel proprio braccio e stringe, stringe fino a lacerarsi la pelle. La donna geme di disgusto, squassata dai singhiozzi. Lui abbassa lo sguardo, le porge il braccio, poi glielo preme sulla faccia, contro la bocca.
“Siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare”.
Quando la lascia andare, la dottoressa si piega sulle ginocchia per vomitare.
È in quel momento che lui le frantuma il cranio con la lampada da tavolo.
“Siamo i cattivi pensieri… mangiare…”
Inizia a scavarle nel cervello, si aiuta con una penna per estrarre brani di materia grigiastra dalla testa della donna esanime.
Sembra triste. Poi un sorriso diabolico gli scava il volto. Poi inizia a singhiozzare.
Si riempe la bocca di materia grigia. Vomita. Si pianta pezzi di vetro sul corpo, li muove per allargare le ferite, è ricoperto di sangue.
Alza gli occhi sulla telecamera. Sembra tornato cosciente. “Liberatemi da questi cattivi pensieri che non mi fanno dormire, che mi fanno arrabbiare…”.

*

I due detective incaricati del caso fissano immobili la testimonianza sullo schermo, gli occhi incatenati a quella che sembra la conclusione di un grottesco spogliarello: l’uomo che si strappa lembi di pelle, la donna dal cranio squarciato, il sangue di entrambi che gocciola a terra macchiando il tappeto.
Laia tiene lo sguardo fisso sulla videocamera, la testa piegata in modo innaturale, quasi doloroso. Con un lembo di carne che gli pende dall’angolo della bocca, canta con voce di bambino. In lontananza si sente il suono delle sirene della polizia.

Com’è possibile che Frank, loro collega da anni, abbia potuto ridursi così? Nessuno avrebbe mai sospettato che il trauma da lui riportato a seguito dello scontro con il serial killer cannibale avesse avuto un impatto tanto forte sulla sua psiche.

All’improvviso, la canzone riparte. I due riportano lo sguardo sul computer, ma lo schermo è spento.
Sembra quasi che la canzone sia nella loro testa.
“Siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare…”

Pubblicato in: Ucronico

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Roma Nord, 1963

Flavia piantò un’unghia nel muro e prese a grattar via il muschio verdastro che ci cresceva sopra. Certa gente non riusciva proprio a darsi un contegno, pensò infastidita; in particolare sua madre, che in quel momento stava singhiozzando rumorosamente, la fronte poggiata contro il Muro delle Lacrime, le mani aggrappate al lurido muschio. Diceva che lo faceva per ricordare Giulio, e che Flavia era un’insensibile se non riusciva a strapparsi nemmeno un singhiozzo per onorare il suo povero fratello. Flavia, però era convinta che ci fossero modi migliori per ricordare i morti in guerra, piuttosto che smoccolare contro un ammasso di pietra e infilare fogliettini carichi di preghiere e lamenti negli interstizi tra una pietra e l’altra.
— Flavia, nun ce mette le mani, che qua ce piscieno anche! — sbottò sua mamma tra le lacrime.
La ragazzina staccò la mano dal muro, le guance infiammate per la vergogna di esser stata rimproverata come una mocciosa di fronte a tutti i presenti. Proprio non capiva come gli schizzi di pipì sul muro potessero raggiungere la sua altezza di quattordicenne e non quella di sua madre, più alta di lei di qualche centimetro appena, labbra in preghiera premute contro la lurida pietra verde.
Se almeno non l’avesse costretta ad accompagnarla al muro ogni domenica! Flavia scoccò un’occhiata all’altissimo cumulo di pietre, infastidita, e ci affibbiò un calcetto. Briciole di intonaco franarono sulla sua scarpa, rubandole un minuscolo sorriso. Sperava tanto che tutti i foglietti di preghiere che la gente si ostinava a infilare nelle crepe prima o poi finissero per far crollare quel maledetto muro.
Un soldato la stava guardando, dall’alto della postazione di guardia abbarbicata poco più avanti sul muro. Flavia gli fece la linguaccia. Lui ricambiò. Quello scemo di suo cugino Adolfo non era capace di star serio nemmeno quando era in uniforme, pensò con un sorriso.
Poi venne distratta da qualcosa di curioso: una banconota da cinquecento lire che sporgeva dal muro, arrotolata stretta stretta. Lanciò un’occhiata di sottecchi a sua madre, ancora impegnata a colare moccio sul muro, poi estrasse con discrezione la banconota e la infilò nella tasca dell’abito della domenica. Per quale balzana idea qualcuno avrebbe dovuto infilare dei soldi nel muro? Sperava forse di corrompere il buon Dio? Non lo sapeva mica, quella persona, che bisognava risparmiare quanto più si poteva per ricostruire gli edifici danneggiati dai bombardamenti? Glielo diceva sempre, suo padre, quando le spiegava perché non poteva darle i soldi per comprarsi una manciata di arachidi caramellate.

Flavia ebbe risposta alle sue domande solo quando, al sicuro nella sua cameretta, srotolò la banconota e un piccolo foglio le planò sul copriletto. Era sottile come quelli che usava suo fratello per farsi le sigarette, coperto di una grafia stretta e chiara.

“A Lei che prelevò le 500 £ …”

Flavia deglutì, vergognandosi un po’.

A Lei che prelevò le 500 £,
Sono un giornalista di Roma Sud e Le chiedo un resoconto settimanale sulle terribili condizioni in cui versa la popolazione di Roma Nord, intrappolata oltre il muro. Le chiedo di infilare l’articolo nello stesso foro da cui ha estratto la banconota (l’unico da cui si vede l’altra parte della città) durante il Giorno del Pianto, perché le guardie non dubitino del fatto che sia una semplice preghiera. Il giorno seguente troverà la Sua paga nel medesimo posto: 500 £ per ogni resoconto.
Nella speranza che questa modesta cifra possa aiutarLa a superare le Sue misere giornate e che il mio messaggio non cada nel vuoto,

M.

 

Flavia deglutì, chiedendosi se fosse uno scherzo. Molte parole non le conosceva: cosa “versava” Roma? E “medesimo” che voleva dire? Però senza le arachidi caramellate le sue giornate erano misere davvero, e quello che chiedeva il giornalista era chiaro: tanto valeva provare.
Era il primo pomeriggio di una lunga giornata d’estate; se si fosse sbrigata a scrivere, avrebbe fatto in tempo a infilare il suo resoconto nel foro già quest’oggi, e avrebbe ricevuto la sua prima paga domani.
Flavia strappò un foglio bianco da uno dei vecchi quaderni di scuola e prese a scrivere. Sentiva già il profumo del caramello…
Caro signor M.
Ecco qua il suo resoconto:
Nella mia famiglia siamo tutti povera gente. Mia madre passa ore a piagne sul muro e a riempirlo di fogliettini di preghiere, come un sacco di altre madri. Questo perché mio fratello Giulio morì in guerra ed era l’unico figlio maschio che aveva ed era il suo preferito, perché mia madre dice che le figlie fimmine mica ti portano i soldi in casa. Mio padre passa tanto tempo seduto, perche gli amputarono la gamba, e si lamenta sempre del suo carretto che va in malora e dice che gli fa male il culo le natiche, a lui che prima si muoveva tutto il giorno col carretto. Gli dissi che il carretto lo posso portare in giro io, ma mio padre disse che gli uomini mica si fidano a farsi affilare i coltelli dalle fimmine. Non possiamo neanche comprarci delle arachidi caramellate perché mio padre dice che anche le cinque lire si deve risparmiarle per ricostruire la chiesa e la scuola, che i francesi ci bombardarono perché invidiosi che stavamo diventando più intelliggenti di loro.
Mio cugino deve lavorare come guardia al muro, ma mica ci è contento. Solo che ha detto che se non lo fa gli sparano alle gambe e poi mi tocca sentire anche lui lamentarsi che gli fanno male le natiche.

Tante grazie per le 500 lire, e tanti saluti!

F.

Flavia arrotolò stretto stretto il foglio di quaderno, arraffò le cinquemila lire, oltrepassò in punta di piedi il padre addormentato in soggiorno, e corse a prendere la bicicletta.
Una volta raggiunto il muro, fu facile riconoscere il punto in cui accompagnava sempre sua madre a piangere dopo la messa domenicale. Il foro era proprio vicino al punto da cui aveva grattato via il muschio quella mattina, e il soldato alla torre di guardia non ebbe motivo di insospettirsi nel vedere una ragazzina che si poggiava al muro e gli dava la schiena per nascondere le lacrime. Per fortuna il turno di Adolfo doveva essere già terminato.
Dopo aver infilato il foglietto nel muro, per sicurezza, Flavia contò fino a cento (dimenticando qualche numero per strada e aggiungendolo poi man mano che se ne ricordava); poi, asciugate le finte lacrime, andò a cercare il banco che vendeva le arachidi caramellate.

 

***

Roma, 1989

Fu con le dita impiastricciate di caramello e frementi per l’emozione che Flavia si accinse a scrivere della caduta del Muro delle Lacrime. Quel muro che da ragazzina prendeva a calci perché la madre ce la trascinava ogni domenica invece che prenderle le arachidi; quel muro che, tutto sommato, le aveva fornito anche la sua prima fonte di reddito.
Era difficile scrivere in maniera oggettiva su qualcosa attorno a cui era ruotata la sua intera vita: così tanti ricordi le tornavano alla memoria mentre raccontava delle proteste delle donne che a quel muro avevano affidato tante preghiere e che imploravano perché almeno una parte ne venisse conservata; o quando pensava di cominciare l’articolo parlando delle postazioni di guardia finalmente vuote in cima al muro, quando ricordava di suo cugino Adolfo che dalla postazione le faceva le linguacce.
Era strano pensare che finalmente avrebbe potuto conoscere di persona M., il giornalista che con le sue domande e le sue cinquecento lire a settimana l’aveva spinta ad interessarsi sempre di più alla situazione della sua città, alle ingiustizie che vi venivano perpetrate, alla politica; colui che, tutto sommato, l’aveva indirizzata sulla via del giornalismo e che sentiva il dovere di ringraziare.
Era anche grazie a M. e ai suoi articoli sulla penosa situazione al di là del muro che l’opinione pubblica si era infiammata tanto da portare all’abbattimento del Muro delle Lacrime che separava l’estremità Nord e quella Sud del Paese; era grazie a lui che Roma era stata liberata, e Flavia ci teneva a farlo sapere ai suoi concittadini.

Ecco.
Ecco, forse aveva trovato l’incipit per il suo articolo sulla caduta del Muro delle Lacrime. Prese la penna con dita appiccicose di caramello e, con un leggero sorriso in volto, cominciò a scrivere.